Si chiama esotismo. Tra le possibili, è la manifestazione più soft dell'incontro tra culture differenti. Certo non meno terribile di quando l'incontro genera uno scontro. Perché in definitiva si tratta sempre di una cultura che ne assoggetta un'altra, anche se solo per metterla in vetrina per questioni di gusto. Anche se solo per un vezzo.
Nessun esotismo, qui. John Palmer non è uno di quei compositori che guarda a Oriente perché a Occidente s'è già detto molto, troppo o abbastanza. Non è in cerca di suoni lontani, da imitare per offrire sollievo a un ascolto e a una scrittura riarsi. Basta ascoltare Koan per rendersi conto che non abbiamo a che fare con un occidentale che compone in un'altra lingua. Palmer compone semplicemente secondo il proprio sentire. La particolarità (ma è poi rilevante?) è che tale sentire non è quello che ci attenderemmo dai suoi natali londinesi e dalla sua formazione europea.
Del lontano Oriente, Koan riverbera il respiro, l'evoluzione organica di una trama musicale agitata da richiami sonori evanescenti. L'inconfondibile voce dello shakuhachi sfida l'ascoltatore a seguirne il cammino inquieto e sospettoso lungo piani strumentali che scivolano senza posa l'uno sull'altro: ombre che si dileguano o s'addensano per semplice sovrapposizione in uno spazio sonoro saturato dalla liquida ineffabilità di fiati e archi, fugaci tessitori di dialoghi il cui senso può solo essere intuito di sfuggita.
In Still il disegno si fa ancor più imperscrutabile, con gli strumenti - alienati ed errabondi su una scena densa di attesa - che sembrano incrociare i propri percorsi in maniera quasi accidentale, creando, nell'incontro, microeventi di grande tensione che si allenta poi conseguentemente al loro successivo abbandonarsi, in un movimento sghembo che pare oscillare precariamente attorno a un fulcro inesistente.
Eppure, la logica sottostante appare sempre pregnante, sebbene celata: non lasciandosi dominare, questa musica non cessa mai di rivolgere interrogativi al nostro indirizzo.
Chiude Satori, una lunga aperta coda che termina il ciclo così come lo si potrebbe iniziare. È il compositore stesso a farsi interprete di questa composizione, che porta all'estremo uno dei caratteri essenziali della sua poetica: l'indagine degli interstizi, di quegli spazi nascosti tra i suoni, tra le note, tra le tessiture che Palmer sa far cantare come fossero protagonisti della scena.
E protagonista in questo caso è il silenzio. Denso, profondo e prolungato. Solo accidentalmente punteggiato da note - singole o a piccoli grappoli, irrilevante il loro legame: conta più la forma complessiva - che emergono da esso solo per sottolinearne la trama, come i punti luminosi che nel cielo notturno delimitano settori di ignoto, anziché delineare figure riconoscibili.
Palmer gioca con le nostre aspettative musicali, facendosene beffe. Non a caso ha scelto per questo brano uno strumento come il clavicembalo, semanticamente associato a una ridondanza di materiale, a uno sfruttamento estensivo dello spazio sonoro.
Basta poco, insomma, un accorto spostamento degli equilibri, per proiettare in nuovi fecondi scenari.
Emiliano Neri, www.allaboutjazz.com/italy, April 2004